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Quando la morte diventa spettacolo e la vita perde valore

16 ore fa
Tempo di lettura: 2 min

Leggo che il Pentagono vuole trasmettere in streaming l’esecuzione di un condannato a morte. Provo orrore. La pena di morte è già una barbarie inaccettabile. Pensare di trasmetterla come un film, come un programma qualunque, aggiunge alla morte la sua trasformazione in spettacolo.

Mi sembra di essere tornata nelle piazze di Parigi, davanti alla ghigliottina. O nelle arene romane, tra la folla che assisteva alla morte dei gladiatori dati in pasto ai leoni. Secoli di storia, libri, testimonianze… e siamo ancora qui. Homo homini lupus.

Che cosa si cerca nel guardare un essere umano morire? Quale piacere, quale soddisfazione? Quanto odio bisogna avere dentro per assistere all’esecuzione di una persona, anche di un criminale, come se fosse uno spettacolo?

Curiosità morbosa. E ci stiamo abituando.

Basta guardare certi programmi di cronaca. Nei salotti televisivi, tra conduttori e ospiti celebri, si parla di omicidi, femminicidi, tragedie di ogni genere. Si mostrano immagini che si potrebbero evitare, si inseguono dettagli che potrebbero essere risparmiati al comune spettatore, si espone il dolore altrui come i servizi di pentole o i materassi delle televendite. Poi la pubblicità, il gossip, la notizia di spettacolo. Tutto offerto allo stesso pubblico, nello stesso programma. Come se una persona uccisa e l’ultima relazione di un personaggio famoso fossero argomenti dello stesso genere. O forse, per chi confeziona questi programmi, lo sono diventati.

Anche sui nostri cellulari succede la stessa cosa... le immagini di bambini barbaramente uccisi o mutilati, vittime di guerra, vittime di un genocidio scorrono sotto le nostre dita. Guardiamo, scorriamo, passiamo oltre. Subito dopo arriva una pubblicità, una battuta, un video leggero.

Il dolore resta sullo schermo pochi secondi. Per chi lo vive, resta tutta la vita.



Mi angoscia questa assuefazione. Questo progressivo venir meno del rispetto per la vita. Sembra di stare dentro un grande videogioco, dove si può sempre ricominciare. Ma una persona morta non ricomincia. Un bambino ucciso non torna.

E mi indignano i politici che chiamano giustizia la pena di morte e continuano a chiamare soltanto guerra quello che, a Gaza, è un genocidio. Anche le parole, cambiate a convenienza, servono a rendere accettabile l’orrore, a coprirlo, a farci convivere con ciò che dovrebbe scuoterci.

In questo stesso clima morale si collocano gli attacchi al Nobel per la pace assegnato alla giurista sudafricana Navi Pillay, che ha presieduto la commissione indipendente dell’ONU che ha concluso che Israele ha commesso genocidio a Gaza.

Netanyahu la insulta. Trump scredita il premio e attacca la Norvegia. Intanto la sua amministrazione annuncia nuove sanzioni contro la Corte penale internazionale, ostacolando il lavoro di chi deve accertare le responsabilità dei crimini più gravi.

È questo che è inaccettabile e inammissibile! Chiamare giustizia un’esecuzione e colpire gli strumenti della giustizia quando indagano sui potenti. Pretendere rispetto per la legge e cercare di piegarla quando riguarda sé stessi o i propri alleati.

Io non voglio abituarmi a tutto ciò.

Nessun crimine può rendere la fine della vita uno spettacolo. Nessuna condanna autorizza a compiacersi della morte. Nessuna uccisione può essere considerata giusta.



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