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Sono Cristina

Mi chiamo Cristina Fazzi. Nata a Enna nel 1965, ho fin da subito scelto di dedicare la mia vita alla medicina, alla formazione e al servizio umanitario. Dopo la maturità classica a Enna con il massimo dei voti, presso l'Universita' degli Studi di Catania mi sono laureata in Medicina e Chirurgia con lode e proposta al premio “Muscatello”, quindi mi sono specializzata in Chirurgia Generale, sempre col massimo dei voti,  facendo esperienze formative e professionali in diverse città italiane. Ho lavorato come docente di Cardiochirurgia per infermieri, consolidando la passione per l’insegnamento.

Contatti
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La mia vita in Zambia

Dopo aver frequentato un corso intensivo d’inglese nel Regno Unito, nel 2000 mi sono trasferita in Zambia, dove ho prestato servizio come medico e formatrice nelle zone rurali e periferiche del Distretto di Masaiti. Nel 2002 ho fondato il Mayo-Mwana Project, dedicato alla salute materno-infantile e alla difesa dei più vulnerabili. Successivamente ho creato l’ONG zambiana  Twafwane Association nel 2008 e l’Ishuko Project nel 2019, portando assistenza direttamente nelle comunità più bisognose della periferia urbana di Ndola. Da oltre vent’anni porto avanti queste iniziative, oggi sostenute in Italia dall’Associazione JATU APS ETS, lavorando al fianco delle diocesi, dei distretti sanitari e dei servizi sociali locali, fino ai progetti nei campi profughi di Maheba, al confine con il Congo e l’Angola.

Sono autrice di articoli scientifici e di due libri: “No money no transport” (2007) racconta la mia esperienza missionaria dei primi anni; “Karibu” (2022), scritto con la giornalista RAI Lidia Tilotta, narra il mio percorso umano e professionale in Zambia.

Il mio impegno è stato premiato con diversi riconoscimenti: dal Premio tesi di laurea GruCOS nel 1992, al Premio della Bontà del Kiwanis Club di Enna nel 2002, fino all’onorificenza di Cavaliere dell’Ordine al Merito della Repubblica Italiana nel 2014. In seguito ho ricevuto il Premio “Emma Curcio” e il Premio Internazionale “Eroe per i Diritti Umani” nel 2018; nel 2022 il Premio Una di Tante – Areté; nel 2023 sia il Premio “Essenza Donna” per la Medicina che il Premio scientifico-letterario “Per Bianca”. Nel 2024 ho ricevuto il Premio alla Generosità “Salvatore e Nino Castelli” a Nissoria e Il Riconoscimento Internazionale Santa Rita – Donna di Rita a Cascia. Inoltre, dal 2021, sono Socia Onoraria del Rotary Club di Enna.

Un evento particolarmente importante della mia vita personale è stato, nel 2011, il momento in cui sono diventata la prima donna single in Italia a ottenere il riconoscimento dell’idoneità genitoriale accertata all’estero, dopo una lunga e impegnativa battaglia legale. Grazie a questo, ho potuto concludere l’adozione di Joseph, mio figlio, che oggi ha 21 anni.

In sintesi, chi sono? Sono una donna che ha scelto di vivere la medicina come missione di amore e giustizia. Ho scelto lo Zambia non solo come luogo di lavoro, ma come una vera casa, perché la medicina non è fatta soltanto di conoscenze tecniche e di competenze scientifiche, ma è prima di tutto condivisione. Condividere significa farsi prossimi, accogliere l’altro nella sua interezza, aprirsi all’ascolto delle storie, delle sofferenze e delle speranze, lasciandosi coinvolgere dal contatto umano.

Per me, essere medico vuol dire riconoscere l’importanza di dare attenzione agli ultimi, a coloro che spesso restano invisibili agli occhi del mondo. È lì che la medicina ritrova la sua essenza più autentica: non nella cura anonima, ma nella capacità di guardare ciascuno negli occhi e riconoscerlo come individuo unico e irripetibile.

Ogni persona porta dentro di sé una sensibilità, delle caratteristiche e dei bisogni che non possono essere generalizzati o ridotti a un numero o a un protocollo clinico. Ciascun essere umano va considerato anche e soprattutto nella sua singolarità, che è sempre intrecciata al contesto sociale in cui vive, ma che non può essere annullata dal peso delle condizioni esterne. Il vissuto personale, la cultura di appartenenza, la famiglia, la comunità: tutto questo plasma l’individuo, ma non lo esaurisce.

La vera sfida è quindi saper coniugare l’attenzione al contesto sociale – perché nessuno vive da solo e il benessere dipende anche dalle condizioni collettive – con il rispetto assoluto per la persona singola, per la sua storia, i suoi traumi, le sue risorse, le sue speranze. È questa prospettiva che mi guida ogni giorno: non un’idea astratta di comunità, ma una comunità fatta di volti concreti, ognuno con la propria dignità da riconoscere e proteggere.

Per questo, stare accanto a chi vive ai margini della società non è solo solidarietà. È un gesto che racchiude in sé la forza della giustizia e la profondità dell’amore. Per me Amore e Giustizia sono imprescindibili, ovvero non possono esistere l’uno senza l’altra:

L’amore e la carità cristiana non sono soltanto espressioni della mia fede cattolica, ma sono soprattutto espressioni di giustizia. L’amore autentico passa attraverso la giustizia, perché rispettare i diritti umani non è solo un dovere civile e morale, ma è un gesto d’amore. Se ami, non puoi violare i diritti umani, che sono l’espressione di una giustizia universale che appartiene a ogni persona, semplicemente per il fatto di essere umana. Chi abusa, chi opprime, chi fa o finanzia le guerre, chi lascia morire i migranti in mare, chi resta in silenzio di fronte ai genocidi, alle discriminazioni e alle crudeltà che avvengono nel mondo, non ama. E allora, mi domando,  chi non ama può davvero ritenersi cristiano? La risposta non è semplice, perché amare fino in fondo è una sfida quotidiana, ma resta l’unica via possibile. Non possiamo sempre riuscirci, ma dobbiamo provarci, ogni giorno, con coraggio e con sincerità. Ma non è soltanto una questione di fede o di sentirsi cristiani: il vero problema è l’essere umani. Perché senza amore e senza giustizia l’umanità perde se stessa. In fondo credo che amore e giustizia siano l’essenza più autentica dell’essere umani. Senza l’amore, l’uomo perde la sua capacità di riconoscere nell’altro un fratello; senza la giustizia, l’amore resta parola vuota, incapace di difendere la dignità e i diritti di chi soffre. È dall’unione di queste due forze che nasce la nostra vera umanità: perché solo quando amiamo e rispettiamo i diritti dell’altro possiamo dire di essere pienamente persone. Ripeto, non è semplice, non possiamo sempre riuscirci, ma almeno dobbiamo provarci.

Questa è la radice più profonda del mio impegno: una professione che non si riduce a mestiere, ma diventa vocazione; una quotidianità che non è mai abitudine, ma scelta rinnovata ogni giorno; una fede che cerco di vivere non come semplice appartenenza formale, bensì come responsabilità concreta.

È qui, in Zambia, accanto a chi soffre ed è dimenticato, che in me fede, giustizia e amore smettono di essere parole astratte e diventano vita, mani che si tendono, dignità restituita, speranza condivisa.

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