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Bambine a Kantolomba: povertà, diritti e futuro

  • 16 ore fa
  • Tempo di lettura: 2 min

Cammino per le strade sterrate di Kantolomba.

La incontro. Piccola. Passo svelto, deciso.

Le chiedo una foto. Si ferma. Si mette in posa. Seria, composta, graziosa.

Ha uno sguardo che non è da bambina.

Poi mi saluta e scappa via. «Ho premura», mi dice.

Premura.

E io resto lì a chiedermi: quanti anni avrà? Sette? Otto?

E cosa può avere di così urgente una bambina di sette, otto anni?

Certo, qui si cresce in fretta. Si cresce subito.

La scuola è gratuita fino all’ultimo anno delle superiori. Non è il costo il problema.

Il problema è che i bambini, e soprattutto le bambine, servono altrove.

Pulire. Cucinare. Portare acqua. Accudire i fratellini più piccoli.

Le bambine hanno sempre qualcosa da fare. Sempre.

Forse è per questo che hanno spesso il volto delle donne adulte.

Lo sguardo di chi conosce già la vita. Di chi sa che è dura.

Le ammiro profondamente.

Penso alla mia infanzia spensierata. Ai pomeriggi leggeri.

Alle mie preoccupazioni, minuscole.

E un sottile senso di colpa mi attraversa, anche se so

che nessuno ha meriti o colpe per il luogo in cui nasce.

Sette, otto anni. Entrano in ambulatorio e sono già donne.

Le osservo.

Bambine alle quali faccio domande

che in Italia farei alle loro mamme.

Non piangono. Non si lamentano.

La loro soglia del dolore è altissima.

Soffrono, a volte lo vedo. Ma non un lamento. Non una lacrima.

Le periferie urbane, soprattutto certe periferie, sono un percorso a ostacoli.

Potrebbe sembrare un videogioco: livelli da superare, prove da affrontare.

Ma qui non si ricomincia. Qui la vita è una sola.

Queste bambine sono giganti.

Io mi sento minuscola davanti a loro.

Non si può fare altro che amarle.

Per quello che sono. Per la forza che hanno dentro.

Per quello che diventeranno, nonostante tutto.

❤️



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